Un viaggio verso Betlemme

Uno straordinario viaggio raccontato attraverso le visioni descritte da Maria Valtorta (14.3.1897 - 12.10.1961) 

Libro primo - Capitolo 28 - L'arrivo a Betlemme

Vedo una strada maestra. Vi è tanta folla. Asinelli che vanno carichi di masserizie e di persone. Asinelli che tornano. La gente sprona le cavalcature, e chi è a piedi va in fretta perché fa freddo.

L'aria è tersa e asciutta, il cielo sereno, ma tutto ha quel tagliente netto dei giorni di pieno inverno. La campagna, spogliata, sembra più vasta, e i pascoli hanno un'erbetta corta, bruciacchiata dai venti invernali; sui pascoli le pecore cercano un poco di nutrimento e cercano il sole che sorge piano piano. Stanno strette l'una all'altra perché hanno freddo anche loro, e belano alzando il muso e guardando il sole come dicessero: «Vieni presto, ché fa freddo!». Il terreno è a ondulazioni che si fanno sempre più nette. È un vero posto di collina. Vi sono conche erbose e coste, vi sono vallette e dorsi. La strada vi passa in mezzo e va a sud-est.

Maria è su un ciuchino bigio. Tutta avvolta nel pesante mantello. Sul davanti della sella è quell'arnese già visto nel viaggio verso Ebron, e sopra il cofano delle cose più necessarie.
Giuseppe cammina a lato tenendo la briglia. «Sei stanca?» chiede ogni tanto.
Maria lo guarda sorridendo e dice: «No». Alla terza volta aggiunge: «Tu piuttosto, che devi camminare, sarai stanco».
«Oh! io! Per me è niente. Penso che, se avessi trovato un altro asino, potevi essere più comoda e fare più presto. Ma non ho proprio trovato. Occorre a tutti, ora, la cavalcatura. Ma fa' cuore. Presto siamo a Betlemme. Oltre quel monte è Efrata».
Tacciono. La Vergine, quando non parla, pare raccogliersi in interna preghiera. Sorride di un sorriso mite ad un suo pensiero e, se guarda la folla, pare non la veda per quello che è: un uomo, una donna, un vecchio, un pastore, un ricco o un povero. Ma per quello che Lei solo vede.
Hai freddo?» chiede Giuseppe, perché il vento si leva.
«No. Grazie».
Ma Giuseppe non si fida. Le tocca i piedi, penzolanti sul fianco del ciuchino, i piedi calzati nei sandali e che appena si vedono spuntare dalla lunga veste, e li deve sentire freddi, perché scuote il capo e si leva una coperta che ha a tracolla e avvolge le gambe di Maria e gliela stende anche sul grembo, di modo che le mani stiano ben calde sotto di essa e del manto.
Incontrano un pastore, che taglia la via col suo gregge passando dal pascolo di destra a quello di sinistra. Giuseppe si curva a dirgli qualcosa. Il pastore annuisce. Giuseppe prende il ciuchino e lo trascina dietro al gregge nel pascolo. Il pastore si leva una rozza scodella da una bisaccia e munge una grassa pecora dalle gonfie mammelle e dà la scodella a Giuseppe, che la offre a Maria.
«Dio vi benedica entrambi» dice Maria. «Tu per il tuo amore, e tu per la tua bontà. Pregherò per te».
«Venite da lontano?».
«Da Nazareth» risponde Giuseppe.
«E andate?».
«A Betlemme».
«Lungo viaggio per la donna in quello stato. È tua moglie?».
«È mia moglie».
«Avete dove andare?».
«No».
«Brutta cosa! Betlemme è piena di popolo venuto da ogni dove per segnarsi o per andare a segnarsi altrove. Non so se troverete alloggio. Sei pratico del luogo?».
«Non molto».
«Ebbene... io ti insegno... per Lei (e accenna a Maria). Cercate dell'albergo. Sarà pieno. Ma ve lo dico per darvi una guida. È in una piazza, la più grande. Vi si va da questa via maestra. Non potete sbagliare. Vi è una fonte davanti, ed è grande e basso con un gran portone. Sarà pieno. Ma, se non trovate niente nell'albergo e nelle case, girate dietro all'albergo, verso la campagna. Vi sono stalle nel monte, che delle volte servono ai mercanti che vanno a Gerusalemme per mettervi le bestie che non trovano posto nell'albergo. Sono stalle, sapete, nel monte: umide, fredde e senza porta. Ma sono sempre un rifugio, perché la donna... non può rimanere per la via. Forse là trovate un posto... e del fieno per dormire e per l'asino. E che Dio vi accompagni».
«E Dio ti dia gioia» risponde Maria. Giuseppe invece risponde: «La pace sia con te».
Riprendono la strada. Una conca più vasta si mostra dal ciglione che hanno superato. Nella conca, su e giù per le chine morbide che la circondano, vi sono case e case. È Betlemme.
«Eccoci nella terra di Davide, Maria. Ora riposerai. Mi sembri stanca tanto...».
«No. Pensavo... penso...». Maria afferra la mano di Giuseppe e gli dice con un sorriso beato: «Penso proprio che il tempo sia giunto».
«Dio di misericordia! Come facciamo?».
«Non temere, Giuseppe. Abbi costanza. Vedi come sono calma io?».
«Ma soffri molto».
«Oh! no. Sono piena di gaudio. Un gaudio tale, così forte, così bello, così incontenibile, che il mio cuore batte forte forte e mi dice: "Egli nasce! Egli nasce!". Lo dice ad ogni battito. È il mio Bambino che bussa al mio cuore e dice: "Mamma, son qui che vengo a darti il bacio di Dio". Oh! che gioia, Giuseppe mio!».
Ma Giuseppe non è nella gioia. Pensa all'urgenza di trovare un ricovero e affretta il passo. Porta per porta chiede un ricovero. Niente. Tutto occupato. Giungono all'albergo. È pieno persino sotto i rustici portici, che circondano il grande cortile interno, di gente che bivacca.
Giuseppe lascia Maria sul ciuchino dentro al cortile ed esce cercando nelle altre case. Torna sconfortato. Non vi è nulla. Il rapido crepuscolo invernale comincia a stendere i suoi veli. Giuseppe supplica l'albergatore. Supplica dei viaggiatori. Loro sono uomini e sani. Qui vi è una donna prossima a dare un figlio alla luce. Abbiano pietà. Niente. Vi è un ricco fariseo che li guarda con palese disprezzo e, quando Maria si accosta, si scansa come si fosse avvicinata una lebbrosa. Giuseppe lo guarda e un rossore di sdegno gli monta al volto. Maria posa la sua mano sul polso di Giuseppe per calmarlo e dice: «Non insistere. Andiamo. Dio provvederà».
Escono e seguono il muro dell'albergo. Svoltano per una stradetta incassata fra questo e delle povere case. Girano dietro l'albergo. Cercano. Ecco delle specie di grotte, di cantine, direi, più che di stalle, tanto sono basse e umide. Le più belle sono già occupate. Giuseppe si accascia.
«Ehi! Galileo!» gli grida dietro un vecchio. «Là in fondo, sotto quella rovina, vi è una tana. Forse non c'è ancora nessuno».
Si affrettano a quella «tana». È proprio una tana. Fra macerie di qualche fabbricato in rovina vi è un pertugio, oltre il quale vi è una grotta, uno scavo nel monte più che grotta. Si direbbe che sono le fondamenta dell'antica costruzione, a cui fan da tetto le macerie appuntellate da tronchi d'albero appena sgrezzati.
Per vedere meglio, poiché vi è pochissima luce, Giuseppe trae esca e acciarino e accende una lucernetta che trae dalla bisaccia che ha a tracolla. Entra, e un muggito lo saluta. «Vieni, Maria. È vuota. Non vi è che un bue». Giuseppe sorride. «Meglio che niente!...».
Maria smonta dal ciuchino ed entra. Giuseppe ha appeso la lucernetta ad un chiodo infisso in uno dei tronchi che fanno da pilone. Si vede la volta piena di ragnatele, il suolo - terreno battuto e tutto sconquassato, con buche, ciottoli, detriti ed escrementi - sparso di steli di paglia. In fondo, un bue si volta e guarda coi suoi occhi quieti mentre del fieno gli pende dalle labbra. Vi è un rozzo sedile e due pietre in un angolo presso una feritoia. Il nero di quell'angolo dice che là si fa fuoco.
Maria si accosta al bue. Ha freddo. Gli mette le mani sul collo per sentirne il tepore. Il bue muggisce e si lascia fare. Pare comprenda. Anche quando Giuseppe lo spinge in là per levare molto fieno alla greppia e fare un letto a Maria - la greppia è doppia, ossia vi è quella dove mangia il bue e, sopra, una specie di scansia con su dell'altro fieno di scorta, e Giuseppe prende quello - lascia fare. Fa posto anche al ciuchino che, stanco e affamato, si dà subito a mangiare. Giuseppe scova anche un secchio capovolto, tutto ammaccato. Esce, perché fuori ha visto un rio, e torna con dell'acqua per l'asinello. Poi si impadronisce di una fascina di frasche messa in un angolo e cerca scopare un poco il suolo. Poi stende il fieno, ne fa un giaciglio, presso il bue, nell'angolo più asciutto e riparato. Ma lo sente umido, questo povero fieno, e sospira. Accende il fuoco e, con una pazienza da certosino, asciuga a manate il fieno tenendolo presso il calore.
Maria, seduta sullo sgabello, stanca, guarda e sorride. Ecco pronto. Maria si accomoda meglio nel soffice fieno, con le spalle appoggiate ad un tronco. Giuseppe completa... l'arredamento stendendo il suo mantello come una tenda sul pertugio che fa da porta. Un riparo molto relativo. Poi offre pane e formaggio alla Vergine e le dà da bere l'acqua di una borraccia. «Dormi, ora» le dice poi. «Io veglierò perché il fuoco non si spenga. Vi è della legna, per fortuna, speriamo duri e arda. Potrò risparmiare l'olio del lume».
Maria si stende ubbidiente. Giuseppe la copre col mantello di Maria stessa e con la coperta che aveva prima ai piedi.
«Ma tu... avrai freddo, tu».
«No, Maria. Sto presso al fuoco. Cerca di riposare. Domani andrà meglio».
Maria chiude gli occhi senza insistere. Giuseppe si rincantuccia nel suo angolo, sullo sgabello, con degli sterpi accanto. Pochi. Che durino a lungo non credo.
Sono situati così: Maria a destra, con le spalle alla... porta, semi nascosta dal tronco e dal corpo del bue, che si è accosciato nella lettiera. Giuseppe a sinistra e verso la porta, in diagonale perciò, e, avendo il volto al fuoco, ha le spalle verso Maria. Si gira però a guardarla ogni tanto e la vede quieta, come dormisse. Spezza piano le sue fraschette e le getta una per una sul fuocherello perché non si spenga, perché dia luce, e perché la poca legna duri. Non vi è che il bagliore, ora più vivo ora quasi morto, del fuoco. Perché il lume è stato spento e nella penombra spicca soltanto il biancore del bue e del viso e delle mani di Giuseppe. Tutto il resto è una massa che si confonde nella penombra greve.

«Non vi è dettato» dice Maria. «La visione parla da sé. A voi di capirne la lezione di carità, umiltà e purezza che emana. Riposa. Vegliando riposa, come io vegliavo attendendo Gesù. Egli verrà a portarti la sua pace».

Cap. 29 - La nascita di Gesù

Vedo ancora l'interno di questo povero rifugio petroso dove hanno trovato asilo, accumunati nella sorte a degli animali, Maria e Giuseppe.
Il fuocherello sonnecchia insieme al suo guardiano. Maria solleva piano il capo dal suo giaciglio e guarda. Vede che Giuseppe ha il capo reclinato sul petto come se pensasse, e pensa che la stanchezza soverchi il suo buon volere di rimanere desto. Sorride d'un buon sorriso e, facendo meno rumore di quanto ne può fare una farfalla che si posi su una rosa, si mette seduta e da seduta in ginocchio. Prega con un sorriso beato sul volto. Prega a braccia aperte, non proprio a croce, ma quasi, a palme volte in alto e in avanti, né mai pare stanca di quella posa penosa. Poi si prostra col volto contro il fieno in una ancora più intensa preghiera. Lunga preghiera.
Giuseppe si scuote. Vede quasi morto il fuoco e quasi tenebrosa la stalla. Getta una manata di eriche fini fini e la fiamma risfavilla; vi unisce rametti più grossi, e poi ancora più grossi, perché il freddo deve esser pungente. Il freddo della notte invernale e serena che penetra da tutte le parti di quella rovina. Il povero Giuseppe, presso come è alla porta - chiamiamo pure così il pertugio a cui fa da tenda il suo mantello - deve essere gelato. Accosta le mani alla fiamma, si sfila i sandali e accosta i piedi. Si scalda. Quando il fuoco è ben desto e la sua luce è sicura, egli si volge. Non vede nulla, neppure più quel biancore del velo di Maria, che prima metteva una linea chiara sul fieno scuro. Si leva in piedi e lentamente si avvicina al giaciglio.
«Non dormi, Maria?» chiede. Lo chiede tre volte, finché Ella si riscuote e risponde: «Prego».
«Non abbisogni di nulla?».
«No, Giuseppe».
Cerca di dormire un poco. Di riposare almeno».
«Cercherò. Ma pregare non mi stanca».
«Addio, Maria».
«Addio, Giuseppe».
Maria riprende la sua posa. Giuseppe, per non cedere più al sonno, si pone in ginocchio presso il fuoco e prega. Prega con le mani strette sul viso. Le leva ogni tanto per alimentare il fuoco e poi torna alla sua fervente preghiera. Meno il rumore delle legna che crepitano e quello del ciuchino, che di tanto in tanto batte uno zoccolo sul suolo, non si ode niente.
Un poco di luna si insinua da una crepa del soffitto e pare una lama di incorporeo argento che vada cercando Maria. Si allunga, man mano che la luna si fa più alta in cielo, e la raggiunge, finalmente. Eccola sul capo della orante. Glielo innimba di candore.
Maria leva il capo come per una chiamata celeste e si drizza in ginocchio di nuovo. Oh! come è bello qui! Ella alza il capo, che pare splendere nella luce bianca della luna, e un sorriso non umano la trasfigura. Che vede? Che ode? Che prova? Solo Lei potrebbe dire quanto vide, sentì e provò nell'ora fulgida della sua Maternità. Io vedo solo che intorno a Lei la luce cresce, cresce, cresce. Pare scenda dal Cielo, pare emani dalle povere cose che le stanno intorno, pare soprattutto che emani da Lei.
La sua veste, azzurra cupa, pare ora di un mite celeste di miosotis, e le mani e il viso sembrano farsene azzurrini come quelli di uno messo sotto il fuoco di un immenso zaffiro pallido. Questo colore, che mi ricorda, benché più tenue, quello che vedo nelle visioni del santo Paradiso e anche quello che vidi nella visione della venuta dei Magi, si diffonde sempre più sulle cose, le veste, le purifica, le fa splendide.
La luce si sprigiona sempre più dal corpo di Maria, assorbe quella della luna, pare che Ella attiri in sé quella che le può venire dal Cielo. Ormai è Lei la Depositaria della Luce. Quella che deve dare questa Luce al mondo. E questa beatifica, incontenibile, immisurabile, eterna, divina Luce che sta per esser data, si annuncia con un'alba, una diana, un coro di atomi di luce che crescono, crescono come una marea, che salgono, salgono come un incenso, che scendono come una fiumana, che si stendono come un velo...
La volta, piena di crepe, di ragnateli, di macerie sporgenti che stanno in bilico per un miracolo di statica, nera, fumosa, repellente, pare la volta di una sala regale. Ogni pietrone è un blocco di argento, ogni crepa un guizzo di opale, ogni ragnatela un preziosissimo baldacchino contesto di argento e diamanti. Un grosso ramarro, in letargo fra due macigni, pare un monile di smeraldo dimenticato là da una regina; e un grappolo di pipistrelli in letargo, una preziosa lumiera d'onice. Il fieno che pende dalla più alta mangiatoia non è più erba, sono fili e fili di argento puro che tremolano nell'aria con la grazia di una chioma disciolta.
La sottoposta mangiatoia è, nel suo legno scuro, un blocco d'argento brunito. Le pareti sono coperte di un broccato in cui il candore della seta scompare sotto il ricamo perlaceo del rilievo, e il suolo... che è ora il suolo? È un cristallo acceso da una luce bianca. Le sporgenze paiono rose di luce gettate per omaggio al suolo; e le buche, coppe preziose da cui debbano salire aromi e profumi.
E la luce cresce sempre più. È insostenibile all'occhio. In essa scompare, come assorbita da un velario d'incandescenza, la Vergine... e ne emerge la Madre.
Sì. Quando la luce torna ad essere sostenibile al mio vedere, io vedo Maria col Figlio neonato sulle braccia. Un piccolo Bambino, roseo e grassottello, che annaspa e zampetta con le manine grosse quanto un boccio di rosa e coi piedini che starebbero nell'incavo di un cuore di rosa; che vagisce con una vocina tremula, proprio di agnellino appena nato, aprendo la boccuccia che sembra una fragolina di bosco e mostrando la linguetta tremolante contro il roseo palato; che muove la testolina tanto bionda da parere quasi nuda di capelli, una tonda testolina che la Mamma sostiene nella curva di una sua mano, mentre guarda il suo Bambino e lo adora piangendo e ridendo insieme e si curva a baciarlo, non sulla testa innocente, ma su, centro del petto, là dove sotto è il cuoricino che batte, batte per noi... là dove un giorno sarà la Ferita. Gliela medica in anticipo, quella ferita, la sua Mamma, col suo bacio immacolato.
Il bue, svegliato dal chiarore, si alza con gran rumore di zoccoli e muggisce, e l'asinello volge il capo e raglia. È la luce che li scuote, ma io amo pensare che essi hanno voluto salutare il loro Creatore, per loro e per tutti gli animali.
Anche Giuseppe, che, quasi rapito, pregava così intensamente da esser isolato da quanto lo circondava, si scuote, e dalle dita strette al viso vede filtrare la luce strana. Leva le mani dal viso, alza il capo, si volge. Il bue ritto in piedi nasconde Maria. Ma Ella chiama: «Giuseppe, vieni».
Giuseppe accorre. E quando vede si arresta, fulminato di riverenza, e sta per cadere in ginocchio là dove è. Ma Maria insiste: «Vieni, Giuseppe» e punta la mano sinistra sul fieno e, tenendo con la destra stretto al cuore l'Infante, si alza e si dirige a Giuseppe, che cammina impacciato per il contrasto fra il desiderio di andare e il timore di essere irriverente.
Ai piedi della lettiera i due sposi si incontrano e si guardano con un pianto beato.
«Vieni, ché offriamo al Padre Gesù» dice Maria.
E, mentre Giuseppe si inginocchia, Ella, ritta in piedi fra due tronchi che sostengono la volta, alza la sua Creatura fra le braccia e dice: «Eccomi. Per Lui, o Dio, ti dico questa parola. Eccomi a fare la tua volontà. E con Lui io, Maria, e Giuseppe, mio sposo. Ecco i tuoi servi, Signore. Sia fatta sempre da noi, in ogni ora e in ogni evento, la tua volontà, per tua gloria e per amor tuo». Poi Maria si curva e dice: «Prendi, Giuseppe» e offre l'Infante.
«Io? A me? Oh, no! Non sono degno!». Giuseppe è sbigottito addirittura, annientato all'idea di dover toccare Iddio.
Ma Maria insiste sorridendo: «Tu ne sei ben degno. Nessuno più di te lo è, e per questo l'Altissimo ti ha scelto. Prendi, Giuseppe, e tienilo mentre io cerco i panni».
Giuseppe, rosso come una porpora, stende le braccia e prende il batuffolino di carne che strilla di freddo e, quando lo ha fra le braccia, non persiste nell'intenzione di tenerlo scosto da sé per rispetto e se lo stringe al cuore, dicendo con un grande scoppio di pianto: «Oh! Signore! Dio mio!» e si curva a baciare i piedini e li sente freddi, e allora si siede al suolo e se lo raccoglie in grembo e con la sua veste marrone e con le mani cerca coprirlo, scaldarlo, difenderlo dalla sizza della notte. Vorrebbe andare verso il fuoco, ma là c'è quella corrente d'aria che entra dalla porta. Meglio stare qui. Meglio, anzi, andare fra i due animali, che fanno da scudo all'aria e che mandano calore. E va fra il bue e l'asino e sta con le spalle alla porta, curvo sul Neonato per fare del suo petto una nicchia, le cui pareti laterali sono una testa bigia dalle lunghe orecchie e un grosso muso bianco dal naso fumante e dall'umido occhio buono.
Maria ha aperto il cofano e ne ha tratto lini e fasce. È andata al fuoco e le ha scaldate. Eccola che va a Giuseppe e avvolge il Bambino nella tela intiepidita e poi nel suo velo per riparargli la testolina. «Dove lo mettiamo ora?» chiede.
Giuseppe guarda intorno, pensa... «Aspetta» dice. «Spingiamo più in qua i due animali e il loro fieno e tiriamo giù quel fieno là in alto e lo mettiamo qui dentro. Il legno della sponda lo riparerà dall'aria, il fieno gli farà guanciale e il bue col suo fiato lo scalderà un pochino. Meglio il bue. È più paziente e quieto». E si dà da fare, mentre Maria ninna il suo Bambino, stringendoselo al cuore e tenendo la sua guancia sulla testolina per dargli calore.
Giuseppe ravviva il fuoco senza risparmio per fare una bella fiamma e scalda il fieno e, man mano che lo asciuga, perché non raffreddi se lo mette in seno. Poi, quando ne ha raccolto tanto da farne un materassino all'Infante, va alla mangiatoia lo dispone che sia come una cunella. «È pronto» dice. «Ora ci vorrebbe una coperta, perché il fieno punge, e per ricoprirlo...
Prendi il mio mantello» dice Maria.
«Avrai freddo».
«Oh! non fa nulla! La coperta è troppo ruvida. Il mantello è morbido e caldo. Io non ho freddo per nulla. Ma che Egli non soffra più!».
Giuseppe prende l'ampio mantello di morbida lana celeste cupo e lo accomoda in doppio sul fieno, con un lembo che pende fuor dalla greppia. Il primo letto del Salvatore è pronto.
E la Madre, col suo dolce passo ondeggiante, ve lo porta e ve lo depone, e lo ricopre con il lembo del manto e lo conduce anche intorno al capino nudo, che affonda nel fieno, appena riparato da questo dal sottile velo di Maria. Rimane scoperto solo il visetto grosso come un pugno d'uomo, e i Due, curvi sulla greppia, lo guardano beati dormire il suo primo sonno, perché il calduccio delle fasce e del fieno ha calmato il pianto e conciliato il sonno al dolce Gesù.

Dice Maria:
«Ti avevo promesso che Egli sarebbe venuto a portarti la sua pace. La ricordi la pace che era in te nei giorni di Natale? Quando mi vedevi col mio Bambino? Allora era il tuo tempo di pace. Ora è il tuo tempo di pena. Ma tu lo sai, ormai. È nella pena che si conquista la pace e ogni grazia per noi e per il prossimo. Gesù-Uomo tornò Gesù-Dio dopo la tremenda pena della Passione. Tornò Pace. Pace nel Cielo da cui era venuto e dal quale ora effonde la sua pace a coloro che nel mondo lo amano. Ma nelle ore di Passione, Lui, Pace del mondo, fu privato di questa pace. Non avrebbe sofferto se l'avesse avuta. E doveva soffrire. Completamente soffrire.
Io, Maria, ho redento la donna con la mia Maternità divina. Ma non fu che l'inizio della redenzione della donna, questo. Negandomi ad ogni umano sponsale col voto di verginità, avevo respinto ogni soddisfazione concupiscente meritando grazia da Dio. Ma non bastava ancora. Perché il peccato d'Eva era albero di quattro rami: superbia, avarizia, golosità, lussuria. E tutti e quattro andavano stroncati prima di sterilire l'albero dalle radici.
Umiliandomi sino al profondo, ho vinto la superbia. Mi sono umiliata davanti a tutti. Non parlo della mia umiltà verso Dio. Questa è dovuta all'Altissimo da ogni creatura. L'ebbe il suo Verbo. La dovevo avere io, donna. Ma hai mai riflettuto quali umiliazioni dovetti subire, e senza difendermi in nessuna maniera, da parte degli uomini?
Anche Giuseppe, che era giusto, mi aveva accusata nel suo cuore. Gli altri, che giusti non erano, avevano peccato di mormorazione verso il mio stato, e il rumore delle loro parole era venuto come onda amara a frangersi contro la mia umanità. E furon le prime delle infinite umiliazioni che la mia vita di Madre di Gesù e del genere umano mi procurarono. Umiliazioni di povertà, umiliazioni di profuga, umiliazioni per rimproveri di parenti e amici che, non sapendo la verità, giudicavano debole il mio modo d'esser madre verso il mio Gesù fatto giovane uomo, umiliazioni nei tre anni del suo ministero, umiliazioni crudeli nell'ora del Calvario, umiliazioni fin nel dover riconoscere che non avevo di che comperare luogo e aromi per la sepoltura del Figlio mio.
Ho vinto l'avarizia dei Progenitori rinunciando in anticipo di tempo alla mia Creatura.
Una madre non rinuncia mai che forzatamente alla sua creatura. La chiedano al suo cuore la patria, l'amore di una sposa, o Dio stesso, ella recalcitra alla separazione. È naturale. Il figlio ci cresce in seno e non è mai reciso completamente il legame che tiene la sua persona congiunta alla nostra. Se anche è spezzato il canale del vitale ombelico, resta sempre un nervo che parte dal cuore della madre, un nervo spirituale e più vivo e sensibile di un nervo fisico, il quale si innesta nel cuore del figlio. E si sente stirare sino allo spasimo se l'amore di Dio o di una creatura, o le esigenze della patria, allontanano il figlio dalla madre. E si spezza lacerando il cuore se la morte strappa un figlio ad una madre.
Ed io ho rinunciato, dal momento che l'ho avuto, al Figlio mio. A Dio l'ho dato. A voi l'ho dato. Io, del Frutto del mio seno, me ne sono spogliata per riparare al furto di Eva del frutto di Dio.
Ho vinto la golosità, e del sapere e del godere, accettando di sapere unicamente ciò che Dio voleva sapessi, senza chiedere a me o a Lui più di quanto mi fosse detto. Ho creduto senza investigare.
Ho vinto la golosità del godere, perché mi sono negata ogni sapore di senso. La mia carne l'ho messa sotto ai piedi. La carne, strumento di Satana, l'ho confinata con Satana sotto al mio calcagno per farmene scalino per avvicinarmi al Cielo. Il Cielo! La mia mèta. Là dove era Dio. L'unica mia fame. Fame che non è gola ma necessità benedetta da Dio, il quale vuole che appetiamo di Lui.
Ho vinto la lussuria, la quale è la golosità portata all'ingordigia. Perché ogni vizio non frenato conduce ad un vizio più grande. E la golosità di Eva, già riprovevole, la condusse alla lussuria. Non le bastò più il darsi soddisfazione da sola. Volle spingere il suo delitto ad una raffinata intensità, e conobbe e si fece maestra di lussuria al compagno. Io ho capovolto i termini e, in luogo di scendere, sono sempre salita. In luogo di far scendere, ho sempre attirato in alto, e del mio compagno, un onesto, ho fatto un angelo.
Ora che possedevo Iddio e con Lui le sue ricchezze infinite, mi sono affrettata a spogliarmene dicendo: "Ecco, sia fatta per Lui e da Lui la tua volontà". Casto è colui che ha ritenutezza non solo di carne, ma anche di affetti e di pensieri. Io dovevo esser la Casta per annullare l'Impudica della carne, del cuore e della mente. E non uscii dal mio ritegno dicendo neppure del mio Figlio, unicamente mio sulla terra come era unicamente di Dio in Cielo: "Questo è mio e lo voglio".
Eppure non bastava ancora per ottenere alla donna la pace perduta da Eva. Quella ve la ottenni ai piedi della Croce. Nel veder morire Quello che tu hai visto nascere. Nel sentirmi strappare le viscere al grido della mia Creatura che moriva, sono rimasta vuota di ogni femminismo: non più carne ma angelo. Maria, la Vergine sposata allo Spirito, morì in quel momento. Rimase la Madre della Grazia, quella che vi ha dal suo tormento generata la Grazia e ve l'ha data. La femmina che avevo riconsacrata donna la notte del Natale, ai piedi della Croce acquistò i mezzi di divenire creatura dei Cieli.
Questo ho fatto io per voi, negandomi ogni soddisfazione anche santa. Di voi, ridotte da Eva femmine non superiori alle compagne degli animali, ho fatto, sol che lo vogliate, le sante di Dio. Sono ascesa per voi. Come feci con Giuseppe, vi ho portate più in alto. La roccia del Calvario è il mio monte degli Ulivi. Da lì presi il balzo per portare ai Cieli l'anima risantificata della donna insieme alla mia carne, glorificata per aver portato il Verbo di Dio e annullato in me anche l'ultima traccia di Eva, l'ultima radice di quell'albero dai quattro venefici rami e dalla radice confitta nel senso, che aveva trascinato alla caduta l'umanità e che fino alla fine dei secoli e all'ultima donna vi morderà le viscere. Da là, dove ora splendo nel raggio dell'Amore, io vi chiamo e vi indico la Medicina per vincere voi stesse: la Grazia del mio Signore e il Sangue del Figlio mio.

E tu, mia voce, riposa l'anima tua nella luce di quest'alba di Gesù, per aver forza per le future crocifissioni che non ti saranno risparmiate, perché qui ti vogliamo e qui si viene attraverso il dolore, perché qui ti vogliamo e tanto più alto si viene quanto più si è portato pena per ottenere Grazia al mondo. Va' in pace. Io sono con te».

Cap. 30 - L'annuncio ai pastori, che diventano i primi adoratori del Verbo fatto Uomo

Più tardi vedo una vasta estensione di campagna. La luna è allo zenit e veleggia placida in un cielo gremito di stelle. Sembrano tante borchie di diamante infisse in un enorme baldacchino di velluto celeste cupo, e la luna vi ride in mezzo col suo faccione bianchissimo, da cui scendono fiumi di luce lattea che fa bianca la terra. Gli alberi spogli sembrano più alti e neri sul suolo così imbiancato, mentre i muretti, che qua e là sorgono a confine, sembrano di latte, e una casina lontana pare un blocco di marmo di Carrara.
Alla mia destra vedo un luogo cintato da una siepe di pruni su due lati e da un muro basso e scabro da altri due. Questo muro sorregge il tetto di una specie di tettoia larga e bassa, che nella parte interna del recinto è costruita parte in muratura e parte in legname, quasi che nell'estate le parti in legno debbano esser tolte e la tettoia mutarsi in porticato. Da questo chiuso esce, di tanto in tanto, un belare intermittente e breve. Devono essere pecorelle che sognano o che forse credono sia prossimo il giorno per il chiarore che dà la luna. Un chiarore persino eccessivo, tanto è intenso, e che cresce, quasi che il pianeta si avvicini alla terra o sfavilli per un misterioso incendio.
Un pastore si affaccia sulla porta e, portandosi un braccio sulla fronte per fare riparo agli occhi, guarda in alto. Pare impossibile che ci si debba riparare dal chiarore della luna. Ma questo è così vivo che abbacina, specie chi esce da un chiuso dove è tenebra. Tutto è calmo. Ma quella luce stupisce. Il pastore chiama i compagni. Si affacciano sulla porta tutti. Un mucchio d'uomini irsuti, di età diverse. Ve ne sono di appena adolescenti e di già canuti. Commentano il fatto strano e i più giovani hanno paura. Specie uno, un fanciullo sui dodici anni, che si mette a piangere attirandosi le baie dei più vecchi.
«Di che temi, stolto?» gli dice il più vecchio. «Non vedi che aria quieta? Non hai mai visto splendere la luna? Sei sempre stato sotto le vesti della mamma come un pulcino sotto la chioccia, vero? Ma ne vedrai delle cose! Una volta io mi ero spinto verso i monti del Libano, oltre ancora. In alto. Ero giovane e non mi pesava l'andare. Ero anche ricco, allora... Una notte vidi una luce tale che pensai che fosse per tornare Elia sul suo carro di fuoco. Il cielo era tutto un incendio. Un vecchio - allora il vecchio era lui - mi disse: "Grande avventura sta per venire nel mondo". E per noi fu sventura, perché vennero i soldati di Roma. Oh! ne vedrai, se campi!...».
Ma il pastorello non lo ascolta più. Pare non abbia neppur più paura, perché lascia la soglia e sguscia da dietro le spalle di un nerboruto mandriano, dietro il quale si era rifugiato, ed esce nello stazzo erboso che è davanti alla tettoia. Guarda in alto e cammina come un sonnambulo o come uno ipnotizzato da qualcosa che lo attira totalmente. Ad un certo punto grida: «Oh!» e resta come pietrificato, a braccia un poco aperte. Gli altri si guardano stupefatti.
«Ma cosa ha quello stolto?» dice uno.
«Domani lo rimando a sua madre. Non voglio pazzi a custodia delle pecore» dice un altro.
E il vecchio che ha parlato poco prima dice: «Andiamo a vedere prima di giudicare. Chiamate anche gli altri che dormono e prendete i bastoni. Che non sia una bestia cattiva o dei malandrini...».
Entrano, chiamando altri pastori, ed escono con torce e randelli. Raggiungono il fanciullo.
«Là, là» egli mormora sorridendo. «Al di sopra dell'albero, guardate quella luce che viene. Pare cammini sul raggio della luna. Ecco che si avvicina. Come è bella!».
«Io vedo solo un più vivo chiarore».
«Io pure».
«Anche io» dicono gli altri.
«No. Io vedo come un corpo» dice uno in cui riconosco il pastore che ha dato il latte a Maria.
«È un... è un angelo!» grida il bambino. «Eccolo che scende e si avvicina... Giù! In ginocchio davanti all'angelo di Dio!».
Un «oh!» lungo e venerabondo si alza dal gruppo dei pastori, che cadono con il volto verso il suolo, e tanto più paiono schiacciati dall'apparizione fulgente quanto più sono anziani. I giovanetti sono in ginocchio, ma guardano l'angelo, che sempre più si avvicina e si ferma sospeso, ventilando le grandi ali, candore di perla nel candore di luna che lo circonda, al disopra del muro del recinto.
«Non temete. Non porto sventura. Io vi reco l'annuncio di una grande allegrezza per il popolo d'Israele e per tutto il popolo della terra». La voce angelica è un armonia d'arpa su cui cantino gole d'usignoli.
«Oggi, nella città di Davide, è nato il Salvatore». L'angelo, nel dire questo, apre più grandi le ali e le muove come per soprassalto di gioia, e una pioggia di faville d'oro e di pietre preziose pare ne sfugga. Un vero arcobaleno che fa un arco di trionfo sul povero stabbio.
«...il Salvatore che è Cristo». L'angelo sfavilla di aumentata luce. Le sue due ali, ora ferme e tese a punta verso il cielo come due vele immobili sullo zaffiro del mare, sembrano due fiamme che salgano ardendo.
«...Cristo, il Signore!». L'angelo raccoglie le sue due fulgide ali e se ne veste come di una sopraveste di diamante sull'abito di perla, si curva come adorasse, con le braccia conserte sul cuore e il volto che scompare, curvato come è sul petto, fra l'ombra dei sommi dell'ali piegate. Non si vede che una oblunga forma luminosa, immobile per lo spazio di un "Gloria"
Ma ecco che si muove. Riapre le ali, alza il volto in cui la luce si fonde al paradisiaco sorriso, e dice: «Lo riconoscerete da questi segni: in una povera stalla, dietro Betlemme, troverete un bambino nelle fasce in una mangiatoia di animali, ché per il Messia non vi fu un tetto nella città di David». L'angelo si fa serio nel dire questo, mesto anzi.
Ma dai Cieli vengono tanti - oh! quanti! - tanti angeli simili a lui, una scala d'angeli che scende esultando e annullando la luna col loro splendore paradisiaco, e si riuniscono intorno all'angelo nunziante in un agitar di ali, in uno sprigionare di profumi, in un arpeggiare di note, in cui tutte le voci più belle del creato trovano un ricordo, ma portato alla perfezione di suono. Se la pittura è lo sforzo della materia per divenire luce, qui la melodia è lo sforzo della musica per fare balenare agli uomini la bellezza di Dio, e udire questa melodia è conoscere il Paradiso, dove tutto è armonia di amore, che da Dio si sprigiona per far lieti i beati e che da questi va a Dio per dirgli: «Ti amiamo!».
Il "Gloria" angelico si sparge in onde sempre più vaste per la campagna quieta, e la luce con esso. E gli uccelli uniscono un canto che è saluto a questa luce precoce, e le pecore i loro belati per questo anticipato sole. Ma io, come già nella grotta per il bue e l'asino, amo credere che siano gli animali che salutano il loro Creatore, venuto in mezzo ad essi per amarli come Uomo oltre che come Dio.
Il canto si attenua e la luce pure, mentre gli angeli risalgono ai Cieli... I pastori tornano in loro.
«Hai udito?».
«Andiamo a vedere?».
«E le bestie?».
«Oh! non succederà loro nulla! Andiamo per ubbidire alla parola di Dio!...».
«Ma dove andiamo?». «Ha detto che è nato oggi? e che non ha trovato alloggio in Betlemme?». È il pastore che ha dato il latte, questo che parla ora. «Venite, io so. Ho visto la Donna e mi ha fatto pena. Ho insegnato un luogo per Lei, perché pensavo non trovassero alloggio, e all'uomo ho dato del latte per Lei. È tanto giovane e bella, e deve esser buona come l'angelo che ci ha parlato. Venite, venite. Andiamo a prendere latte, formaggi, agnelli e pelli conciate. Devono esser poveri molto e... chissà che freddo ha Colui che non oso nominare! E pensare che io ho parlato alla Madre come ad una povera sposa!...».
Vanno nella tettoia e ne escono poco dopo chi con delle fiaschette di latte, chi con delle reticelle di sparto intrecciato con dentro tondi formaggini, chi con delle ceste in cui vi è un agnellino belante, e chi con delle pelli di pecora conciate.
«Io porto una pecora. Ha figliato da un mese. Il latte lo ha buono. Potrà loro servire se la Donna non ha latte. Mi pareva una bambina, e così bianca!... Un viso di gelsomino sotto la luna» dice il pastore del latte. E li guida.
Vanno alla luce della luna e delle torce dopo aver chiuso tettoia e recinto. Vanno per sentieri campestri, fra siepi di pruni spogliati dall'inverno. Girano dietro Betlemme. Raggiungono la stalla venendo non dalla parte da cui venne Maria, ma dall'opposta, di modo che non passano davanti alle stalle più belle, ma trovano questa per prima. Si accostano al pertugio.
«Entra!».
«Io non oso».
«Entra tu».
«No». Guarda, almeno».
«Tu, Levi, che hai visto l'angelo per primo, segno che sei buono più di noi, guarda». Veramente prima gli hanno dato del pazzo... ma ora fa loro comodo che egli osi ciò che loro non osano.
Il fanciullo tituba, ma poi si decide. Si accosta al pertugio, scosta un pochino il mantello, guarda... e resta estatico.
Che vedi?» lo interrogano ansiosi a bassa voce.
«Vedo una donna giovane e bella e un uomo curvi su una mangiatoia e sento..., sento piangere un piccolo bambino, e la donna gli parla con una voce... oh! che voce!».
Che dice?».
«Dice: "Gesù, piccolino! Gesù, amore della tua Mamma! Non piangere, piccolo figlio!". Dice: "Oh! potessi dirti: 'Prendi il latte, piccolino!'. Ma non ce l'ho ancora!". Dice: "Hai tanto freddo, amore mio! E ti punge il fieno. Che dolore per la tua Mamma sentirti piangere così e non poterti dare conforto!". Dice: "Dormi, anima mia! ché mi si spacca il cuore a sentirti piangere e a vederti lacrimare!", e lo bacia e gli scalda certo i piedini con le sue mani, perché sta curva con le braccia giù nella mangiatoia».
«Chiama! Fatti sentire!».
«Io no. Tu, che ci hai condotti e la conosci».
Il pastore apre la bocca e poi si limita a fare un mugolio. Giuseppe si volge e viene alla porta.
«Chi siete?».
«Pastori. Vi portiamo cibo e lana. Veniamo ad adorare il Salvatore».
«Entrate».
Entrano e la stalla si fa più chiara per il lume delle torce. I vecchi spingono i bambini davanti a loro.
Maria si volge e sorride. «Venite» dice. «Venite!» e li invita con la mano e col sorriso, e prende quello che ha visto l'angelo e lo attira a sé, fin contro la greppia. E il fanciullo guarda beato.
Gli altri, invitati anche da Giuseppe, si avanzano coi loro doni e li mettono tutti, con brevi, commosse parole, ai piedi di Maria. E poi guardano il Bambinello, che piange piano, e sorridono commossi e beati.
E uno, più ardito, dice: «Prendi, o Madre. È soffice e pulita. L'avevo preparata per il bambino che mi sta per nascere. Ma te la dono. Metti il Figlio tuo fra questa lana, sarà morbida e calda». E offre la pelle di una pecora, una bellissima pelle ricca di lana candida e lunga.
Maria solleva Gesù e ve lo avvolge. E lo mostra ai pastori, che in ginocchio sul fieno del suolo lo guardano estatici.
Si fanno più arditi e uno propone: «Bisognerebbe dargli un sorso di latte, meglio acqua e miele. Ma non abbiamo miele. Si dà ai piccolini. Ho sette figli e so...».
«Qui c'è il latte. Prendi, o Donna».
«Ma è freddo. Caldo ci vuole. Dove è Elia? Egli ha la pecora».
Elia deve essere quello del latte. Ma non c'è. Si è fermato fuori e guarda dalla fessura, e nel buio della notte si perde.
«Chi vi ha guidati?». «Un angelo ci ha detto di venire, e Elia ci ha guidati qui. Ma dove è ora?».
La pecora lo denuncia con un belato.
«Vieni avanti, ti si vuole».
Entra con la sua pecora, vergognoso di esser il più notato.
«Tu sei?» dice Giuseppe che lo riconosce, e Maria gli sorride dicendo: «Sei buono».
Mungono la pecora e, con la punta di un lino intriso nel latte caldo e spumoso, Maria bagna le labbra del Bambinello, che succhia quel dolciore cremoso. Sorridono tutti e più ancora quando, con l'angolino di tela ancora fra le labbruzze, Gesù si addormenta nel caldo della lana.
«Ma qui non potete rimanere. Fa freddo e vi è umido. E poi... vi è troppo odore di bestie. Non fa bene... e... non sta bene per il Salvatore».
«Lo so» dice Maria con un grande sospiro. «Ma non c'è posto per noi a Betlemme».
«Fa' cuore, o Donna. Noi ti cercheremo una casa».
Lo dirò alla padrona mia» dice quello del latte, Elia. «È buona. Vi accoglierà, dovesse cedervi la sua stanza. Appena è giorno glielo dico. Ha la casa piena di gente. Ma vi darà un posto».
«Per il mio Bambino, almeno. Io e Giuseppe stiamo anche per terra. Ma per il Piccino...».
«Non sospirare, Donna. Ci penso io. E lo diremo a molti ciò che ci è stato detto. Non mancherete di nulla. Per ora prendete ciò che la nostra povertà vi può dare. Siamo pastori...».
«Siamo poveri noi pure. E non vi possiamo compensare» dice Giuseppe.
«Oh! non vogliamo! Anche lo poteste, non vorremmo! Il Signore ce ne ha già compensato. La pace l'ha promessa a tutti. Gli angeli dicevano così: "Pace agli uomini di buona volontà". Ma a noi ce l'ha già data, perché l'angelo ha detto che questo Bambino è il Salvatore, che è Cristo, il Signore. Siamo poveri e ignoranti, ma sappiamo che i profeti dicono che il Salvatore sarà il Principe della Pace. E a noi ci ha detto di andare ad adorarlo. Perciò ci ha dato la sua pace. Gloria a Dio nei Cieli altissimi e gloria a questo suo Cristo, e benedetta sia tu, Donna, che lo hai generato! Santa sei, perché hai meritato di portarlo! Comandaci come Regina, ché saremo contenti di servirti. Che possiamo fare per te?».
«Amare il Figlio mio ed avere sempre in cuore i pensieri di ora».
«Ma per te? Non desideri nulla? Non hai parenti ai quali far sapere che Egli è nato?».
«Si, li avrei. Ma non sono qui vicino. Sono a Ebron...».
«Ci vado io» dice Elia. «Chi sono?».
«Zaccaria il sacerdote ed Elisabetta mia cugina».
«Zaccaria? Oh! lo conosco bene. Nell'estate vado su quei monti, perché i pascoli vi sono ricchi e belli, e sono amico del suo pastore. Quando ti so sistemata vado da Zaccaria».
«Grazie, Elia». «Niente grazie. Grande onore per me, povero pastore, andare a parlare al sacerdote e dirgli: "È nato il Salvatore"».
«No. Gli dirai: "Ha detto Maria di Nazareth, tua cugina, che Gesù è nato, e di venire a Betlemme "».
«Così dirò».
«Dio te ne compensi. Mi ricorderò di te, di voi tutti...».
«Dirai al tuo Bambino di noi?».
«Lo dirò».
«Io sono Elia».
«E io Levi».
«Ed io Samuele».
«E io Giona».
«Ed io Isacco».
«Ed io Tobia».
«Ed io Gionata».
«Ed io Daniele».
«E Simeone io».
«E Giovanni mi chiamo io».
«Io Giuseppe e mio fratello Beniamino, siamo gemelli».
«Ricorderò i vostri nomi».
«Dobbiamo andare... Ma torneremo... E ti porteremo altri ad adorare!...».
«Come tornare all'ovile lasciando questo Bambino?».
«Gloria a Dio che ce lo ha mostrato!».
«Facci baciare la sua veste» dice Levi con un sorriso d'angelo.
Maria alza piano Gesù e, seduta sul fieno, offre i piedini, avvolti nel lino, da baciare. E i pastori si chinano fino al suolo e baciano quei piedini minuscoli, velati di tela. Chi ha la barba se la forbisce prima e quasi tutti piangono e, quando devono andare, escono a ritroso, lasciando il cuore indietro...
La visione mi cessa così, con Maria seduta sulla paglia col Bambino in grembo e Giuseppe che, appoggiato alla greppia con un gomito, guarda e adora.

Dice Gesù:
«Oggi parlo Io. Sei molto stanca, ma abbi pazienza ancora un poco. È la vigilia del Corpus Domini. Potrei parlarti dell'Eucarestia e dei santi che si fecero apostoli del suo culto, così come ti ho parlato dei santi che furono apostoli del Sacro Cuore. Ma voglio parlarti di un'altra cosa e di una categoria di adoratori del Corpo mio che sono i precursori del culto per Esso. E sono i pastori. I primi adoratori del mio Corpo di Verbo divenuto Uomo. Una volta ti dissi, e ciò è detto anche dalla mia Chiesa, che i Santi Innocenti sono i protomartiri del Cristo. Ora ti dico che i pastori sono i primi adoratori del Corpo di Dio. E in loro vi sono tutti i requisiti richiesti per essere adoratori del Corpo mio, anime eucaristiche.
Fede sicura: essi credono prontamente e ciecamente all'angelo.
Generosità: essi dànno tutta la loro ricchezza al loro Signore.
Umiltà: si accostano a dei più poveri, umanamente, di loro con modestia di atti che non avvilisce, e si professano servi loro.
Desiderio: quanto non possono dare da loro, si industriano a procurare con apostolato e fatica.
Prontezza di ubbidienza: Maria desidera sia avvertito Zaccaria, e Elia va subito. Non rimanda.
Amore, infine: essi non sanno staccarsi di là, e tu dici: "lasciano là il loro cuore". Dici bene.
Ma non bisognerebbe fare così anche col mio Sacramento?
E un'altra cosa, tutta per te, questa: osserva a chi si svela per primo l'angelo e chi merita di sentire le effusioni di Maria. Levi: il fanciullo. A chi ha l'anima di fanciullo Dio si mostra e mostra i suoi misteri e permette che oda le parole divine e di Maria. E chi ha anima di fanciullo ha anche il santo ardimento di Levi e dice: "Fammi baciare la veste di Gesù". Lo dice a Maria. Perché è sempre Maria quella che vi dà Gesù. È Lei la Portatrice dell'Eucarestia. È Lei la Pisside viva.
Chi va a Maria trova Me. Chi mi chiede a Lei, da Lei mi riceve. Il sorriso di mia Madre, quando una creatura le dice: "Dammi il tuo Gesù, ché lo ami", fa trascolorare i Cieli in un più vivo splendore di letizia, tanto è felice.
Dille dunque: "Fammi baciare la veste di Gesù. Fammi baciare le sue piaghe ". E osa di più ancora. Di' : "Fammi posare il capo sul Cuore del tuo Gesù, perché ne sia beata". Vieni. E riposa. Come Gesù nella cuna, fra Gesù e Maria».

Per chi desiderasse conoscere le opere di Maria Valtorta (tradotte oramai in tutte le lingue incluso il cinese) può rivolgersi alla Fondazione Onlus al sito: www.mariavaltorta.com

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