Il regno di Marwar

Il Regno di Marwar (dai fatti e dai racconti dei Maharaja di Marwar)

Quando nel maggio 1459, Rao Jodha gettò le fondamenta per la sua nuova dimora, Mehrangarh, sul picco di una roccia in mezzo al deserto, fu preso per pazzo dai suoi seguaci. Ma il capo Rathore isht devi gli era apparso sotto forma di aquila assicurandogli che la fortuna del suo gruppo era legata a quella roccia arida e sterile.

Tuttavia, per maggiore sicurezza, ebbe bisogno di un sacrificio, fatto di quattro volontari, ognuno dei quali venne seppellito vivo in uno in uno dei quattro angoli della nuova fortezza. Uno di questi sacrificati fu l'architetto del forte, Rajiya Bambi, al quale venne promesso che molto sarebbe stato fatto per la sua famiglia. I suoi discendenti continuano a godere tutt'oggi di uno speciale rapporto con la famiglia regnante di Marwar, vivendo ancora nello stato garantito al loro antenato da Rao Jodha.

Un altro sacrificio umano si dice sia stato un bramino di nome Meheran, dal quale il nome della fortezza, Mehrangarh. A nessun Rajput verrebbe in mente di uccidere un Bramino, ma questo era considerato un atto auto-sacrificale affine al rito atavico dei sovrani di Marwar, il sati, attraverso il quale le vedove dei capi Rajput e dei nobili seguivano i loro mariti defunti nell'aldilà unendosi a loro nelle fiamme del rogo funebre.

Come molte altre fortezze della cultura Rajput, le mura di Mehrangarh hanno, dai tempi di Rao Jodha, dato vita a silenti testimonianze di freddi atti di lealtà nei confronti del sovrano. Sul muro della Loha Pol (Portone di Ferro), al punto più a nord della fortezza, sono ancora visibili, tracciate con delle pietre, cinque file di impronte di mani. Ogni impronta contrassegna l'ultima preghiera di ringraziamento di una regina rimasta vedova, fatta premendo i suoi palmi coperti di curcuma e il polso ingioiellato contro la pietra come se dicesse addio alla sua casa.

Le sei impronte più in alto appartengono alle mogli del Maharaja Maan Singh, che morì nel 1843; queste rappresentano l'ultimo sati reale a Marwar e la fine di una tradizione che nel corso dei secoli ha visto centinaia di mogli e di concubine morire tra le fiamme delle pire funerarie dei loro uomini a Mandore. Degno di nota è anche il sacrificio involontario di una concubina senza nome del Maharaja Takhat Singh, che aveva 30 mogli ufficiali e 21 non ufficiali. Jaswant Singh II, primogenito di questo maharaja, nonché erede al trono, pensando evidentemente che suo padre non si sarebbe accorto della scomparsa di una delle donne dallo zenana (quartiere femminile del palazzo), decise di intrattenersi con questa sfortunata donna nella sua stanza. Quando però il padre si presentò nella stanza all'improvviso, il giovane uomo per occultare la presenza della donna, la afferrò per i capelli e la tenne sospesa fuori dalla finestra. Perplesso dall'atteggiamento del figlio, il maharaja attraversò la stanza; a quel punto però il figlio allentò la presa, e la donna trovò la morte. Forse a causa di questo appuntamento fatale o solo per praticità, questi fu l'ultimo principe della famiglia a vivere a Mehrangarh. Dopo la sua ascesa al trono, sringar chowki, nel Mehrangarh's Moti Mahal (palazzo delle perle) nel 1873, il Maharaja Jaswant Singh II si stabilì in un nuovo palazzo, e Mehrangarh venne abbandonato ai fantasmi dei suoi antenati.

Il sacrificio di Rajput era una questione d'onore, e nessuno prese questo più seriamente delle donne di Rajput. Un sovrano Rathore che scoprì questo sulla propria pelle fu il primo Maharaja Jaswant Singh (1638-78), soprannominato Nahur Khan (signore delle tigri) dall'imperatore Mughal Aurangzeb. Jaswant Singh fu un importante comandante militare sotto due imperatori Mughal, l'anziano Shah Jahan e suo figlio, Aurangzeb. Tuttavia oggi nel Rajasthan, più che per le sue imprese militari, è ricordato per il famoso secco rifiuto che ricevette dalla sua regina più anziana, la formidabile Hadi Rani, dai merli della torre di Forte Mehrangarh. Alcuni giorni prima aveva guidato l'esercito rajputiano di Shah Jahan contro i suoi due figli ribelli; dopo aver lottato con grande coraggio venne sconfitto riportando pesanti perdite. I 500 sopravvissuti batterono in ritirata verso la loro capitale dove, sgomenti, trovarono le porte della fortezza di Mehrangarh chiuse al loro cospetto. La regina, saputo della sconfitta del Maharaja Jaswant Singh, divenne furiosa per il fatto che questi avesse deciso di ritirarsi piuttosto che morire sul campo di battaglia, così furiosa che dichiarò dai merli della torre che l'uomo lì sotto non era suo marito, dal momento che questi avrebbe lasciato il campo di battaglia solo da vincitore. Quindi, Hadi Rani dichiarò che suo marito era morto e presto cominciò a prepararsi per il sati. Sebbene fosse stata dissuasa dall'uccidersi e alla fine avesse aperto le porte di Mehrangarh al marito, lei non lo perdonò mai per quello che considerava un atto di codardia. Nonostante tutto, quando nel 1678, a Jodhpur giunse la notizia che il Maharaja Jaswant Singh era morto nel lontano Peshawar mentre era alla guida dell'esercito di Aurangzeb contro gli afgani, questa regina, nel rispetto della tradizione, commise il sati insieme a diverse concubine. Un'altra regina e sette concubine morirono nella pira di Jaswant Singh fuori Peshawar.

Ad ogni modo, una delle regine di Jaswant Singh sopravvisse. Venne tirata a forza fuori dal rogo, dato che era al settimo mese di gravidanza. La storia di come questo figlio fosse nato da lei, e come questo ragazzo fosse stato salvato dalle grinfie dell'imperatore Aurangzeb cosicché potesse salire sul trono marmoreo di suo padre, è una delle più gloriose negli annali di Marwar. Il Maharaja Jaswant Singh era assurto al posto d'onore nel durbar dell'imperatore Aurangzeb. Aveva guidato i suoi eserciti, regnato su province in sua vece, governato Marwar rendendola la città più ricca tra i regni rajputiani (qualcuno dei suoi bottini di guerra possono essere visti esposti nel museo di Mehrangarh). Ma lui e l'imperatore Aurangzeb non si erano mai fidati l'uno dell'altro, e il sovrano di Rathore era andato incontro alla sua morte credendo che Aurangzeb avesse ucciso il suo primogenito, il principe Prithvi Singh, regalandogli una veste d'onore impregnata di veleno letale.

Che l'accusa fosse vera o meno, l'imperatore Mughal aveva tutte le ragioni per temere la crescente potenza militare dei Rathore, e quando Jaswant Singh morì a Peshawar senza lasciare alcun erede maschio al trono, Aurangzeb si affrettò ad occupare Mehrangarh con le sue truppe. Intercettò anche la carovana che stava trasportando la regina sopravvissuta e suo figlio - un ragazzo di nome Ajit - riportandoli a Jodhpur dando poi l'ordine di portarli a Delhi. Qui la regina e il suo seguito furono collocati in una haveli (palazzo), sorvegliato da guardie armate.

Il Rathore al quale era stata affidata la guardia del piccolo principe Ajit fu Durga Das Rathore - a tutt'oggi un grande eroe popolare in India, soggetto di ballate di strada e di spettacoli equivalenti agli odierni fumetti e drammi televisivi. Quando apprese che Aurangzeb intendeva tenere l'infante a Delhi come suo ostaggio e, ancor peggio, allevarlo come un musulmano, Durga Das organizzò un ardito salvataggio. Nella culla, al posto del piccolo principe, venne adagiato il figlio della sua balia, Gora Dai, e il piccolo Ajit venne fatto uscire di soppiatto da Delhi nascosto dentro la cesta di un incantatore di serpenti musulmano. Dopo aver dato loro il tempo di uscire dalla prigione, Durga Das e i suoi guerrieri montarono sui loro destrieri, sguainarono le spade, e puntarono verso la porta del palazzo riversandosi nelle strade di Delhi intonando l'inno di guerra di Rathore "Ran banka Rathore!", cioè "Siamo i grandi Rathore, invincibili in battaglia!". Nel frattempo, tutte le donne che erano state lasciate indietro, si riunirono in una stanza e appiccarono il fuoco utilizzando una torcia ardente ed una pila di polvere da sparo. Tutto questo era uno stratagemma per impegnare le truppe di Aurangzeb, cosicché il piccolo principe potesse essere tratto in salvo senza essere scoperto. Durga Das ne uscì vittorioso, sebbene solo lui ed un esiguo numero dei suoi uomini fossero sopravvissuti.

Per i successivi 30 anni, Durga Das e i Rathore condussero una guerriglia contro i Mughal, tenendo il loro piccolo principe nascosto tra le montagne di Aravalli, fino a quando questi fu grande abbastanza per prendere posto nella battaglia a fianco degli uomini. Ma fu solo con la morte dell'ormai ottantaduenne Aurangzeb che riuscirono a riscattare Jodhpur, anche se da quel momento in poi il regno di Marwar venne ridotto in rovina dal suo imperatore più vendicativo. Solo una settimana dopo, il 10 marzo del 1707, il Maharaja Ajit Singh ed il suo generale Durga Das, oramai di una certa età, varcarono trionfalmente le porte della città. Non appena la fortezza venne purificata con l'acqua santa del fiume Gange, il Maharaja Ajit Singh si fece strada attraverso le diverse porte di Mehrangarh per salire, finalmente, al trono reale dei suoi antenati.

La morte lo sorprese una notte del 1724 mentre giaceva addormentato nella sua camera da letto reale a Mehrangarh, ma non fu una fine pacifica: il suo secondogenito Bakhta entrò furtivamente nella sua stanza e lo pugnalò a morte. Alcuni dicono che egli commise questo atto parricida insieme al fratello maggiore, altri che fu un atto di vendetta quando venne a conoscenza che suo padre aveva una relazione con sua moglie. Il cenotafio di Ajit Singh è il più grande e il più suntuoso del gruppo delle chhatris reali che si possono vedere a Mandore.

I successivi Maharaja di Marwar vennero indotti dagli inglesi a condurre uno stile di vita più calmo. Quando l'India ricevette l'indipendenza nel 1947, gli stati principeschi vennero amalgamati nell'Unione Indiana. Nel 1971, il Primo Ministro Indira Gandhi abolì gli appannaggi reali (entrate dallo Stato) dei Maharaja. L'attuale Maharaja Gaj Singh, affettuosamente chiamato Bapji (papà) dalla gente, è ancora un personaggio pubblico coinvolto nell'assistenza alla sua gente.

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