Ricordi di monaci tibetani

Nel pomeriggio mi reco con Jangbu a Bodhnat per ricevere la benedizione da un importante Rimpoche (abate) di un monastero della setta Gelugpa. Superati i quartieri di Dawpatan, Siphal e Cabahil ci troviamo ai piedi del grande stupa di Bodhnat cuore della tradizione buddista tibetana in Nepal.


Come al solito molte persone affollano la piazza. Turisti, per lo più impegnati a scattare foto, vengono attirati dai mille particolari e dalle moltitudini di colori che caratterizzano questo luogo, dal continuo sussurrare dei tibetani che pregano circoambulando lo stupa e dagli oggetti che si vendono nei negozietti che fanno da corona alla piazza.
Incontro Rinji Sherpa, mio compagno di scalate; anche lui sta circo ambulando attorno alla stupa per la morte di un importante monaco del suo villaggio.
"Lavoro? Programmi? Scalate?" - visto che è una guida d'alta quota. "Poco, molto poco" - con aria insoddisfatta - "Ho un gruppo di koreani, pagano bene, ma vogliono salire l'Island Peak. L'ho già fatto dieci volte. Poi alcuni gruppi di trekking al campo base dell'Everest. Poca roba."

Jangbu mi ricorda l'appuntamento che abbiamo così riprendiamo la strada per il monastero dove il Rimpoche ci sta aspettando. Entriamo nel tempio.
Come mille anni fa il fumo dell'incenso domina la stanza dove i monaci stanno iniziando i loro rituali. I thanka, dipinti sacri, esposti sui muri, rappresentano mandala e i buddha nei loro vari atteggiamenti simbolici permeati da un intenso misticismo.
Alcuni monaci tengono in mano la mala - il rosario- composta da centootto dischetti di osso di yak. Il borbottio e l'attesa del Rimpoche, il maestro, dà all'atmosfera una superficiale tensione che avvolge in un magico mondo tutti i presenti. Tutto è sensazioni e gli occhi vengono trasportati nei particolari delle vesti e degli oggetti dei monaci. All'arrivo del maestro, dopo un momento di imbarazzante silenzio, inizia la cerimonia con la recitazione dei mantra, considerate, nella tradizione orientale, sacre parole di potenza.

All'apparenza sembrano lamenti ma poi, quelle parole emesse con tanta precisione nel canto dei monaci e l'espressione estatica degli stessi, porta la mente dei curiosi, me compreso, verso un viaggio lontano dal tempo. Shenpen, il mio amico monaco, addetto a suonare il tamburo, sorride nell'osservarmi.
Ricambio con un saluto, poi mi dirigo nella zona addobbata con statue di bronzo e drappi multicolore. Una enorme decorazione, sulla parete esterna del monastero mi distoglie definitivamente dal rito dei monaci poichè rappresenta la ruota del divenire - dipinto che espone il doloroso ciclo delle reincarnazioni.
Mara, il demone gigante della morte, tiene fra gli artigli la ruota del divenire. Fuori della ruota, esenti dall'obbligo della reincarnazione, i vari buddha e bodhisatva. Al centro del dipinto, un maiale, un serpente e un gallo che simboleggiano l'avidità, l'odio e l'accecamento.
Il tutto chiuso da disegni che parlano di vita terrena. Il gioco dei colori, i piccolissimi particolari delle vesti dei buddha e l'espressione terrificante del demone sono la rappresentazione ideale di quello che sto vivendo. E' un messaggio di gente silenziosa e pacifica.

Marco Berti

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